ZAMBIA KUCHALO XO 🇿🇲
- Martina Cervetti
- 17 gen
- Tempo di lettura: 5 min
Dopo circa un mese dal rientro dallo Zambia, ho finalmente trovato il tempo di riprendere in mano il mio computer personale. In questo periodo sono stata completamente assorbita dal nuovo lavoro, dai nuovi ritmi, da una quotidianità diversa — decisamente non più zambiana.
Ho deciso quindi di pubblicare queste righe, scritte durante le ultime serate, o meglio nottate, trascorse in Zambia: appunti nati al buio, con la torcia sulla testa come sempre, e con addosso un’emozione difficile da spiegare.
Solo ora, a quasi tre mesi dal mio rientro, riprendo a condividere. Perché sì, fisicamente sono tornata in Italia, ma una parte della mia testa — e del mio cuore — è ancora là.

Ndola - 09/2026
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"Siamo quasi alla fine di questa esperienza… e tutte queste pagine sono nate proprio nelle notti in cui non riuscivo ad addormentarmi presto. Restavo con gli occhi spalancati a guardare il soffitto, con la musica a palla e i pensieri che correvano veloci, uno dietro l’altro. Mille cose mi venivano in mente, ed è così che ho iniziato a scrivere quello che provavo, sera dopo sera.
Un’esperienza sì, ma forse più di questo: un viaggio, un pezzo di vita che resterà con me per sempre. Non sapevo nemmeno da dove cominciare… e allora ho iniziato dalle persone, perché sono loro che più mi resteranno dentro. Lo Zambia è fatto di loro: della loro vivacità, del loro modo di vivere, del loro spirito. Tanto “Zambian time”, sì, ma sempre pronti ad aiutarti, ad esserci. Non dimenticherò mai i momenti passati con le persone che ho conosciuto qui: i ragazzi e le ragazze del campo, gli allenamenti, le serate con popcorn, noccioline e patatine fritte, la musica e le risate fino a notte fonda, i rientri in moto con i nostri mitici drivers, che con una pazienza infinita ci accompagnavano sempre fino a Northrise (dove vivevamo).
E le partite… quelle in casa e quelle in trasferta. Il pagamento degli arbitri, la compilazione dei fogli, le discussioni post partita con il coach, e poi i rientri in bus, a cantare a squarciagola dopo una vittoria… ma anche dopo una sconfitta. Perché qui si vive così: si canta e si ride lo stesso, perché la sconfitta fa parte del gioco e la prendi insieme agli altri.
Poi i momenti allo stadio, a guardare le partite tutti insieme. E soprattutto i bambini. Loro sono stati la mia felicità, come dico sempre a Giuli (per chi non sapesse, la mia balleria preferita). Se hai un momento no, basta vederli ed è tutto a posto. Se sei arrabbiata, basta un loro sorriso e non puoi più esserlo. I loro “Tiiinaaaa! How are you, shani?” mi riempiono ancora le orecchie: finché non li saluti non sono contenti, e anche solo dar loro la mano significa tutto. La loro semplicità, le risate, gli scherzi al campo o per le strade di Chipulukusu… ormai ci conoscono tutti, e ogni volta che andiamo in giro c’è sempre qualcuno che ci chiama. Non ricorderò tutti i nomi, ma i volti sì: quelli resteranno impressi nella mia mente. I momenti passati a rincorrerli, a far loro il solletico, a giocare, a fare le foto, a cantare “giro giro tondo”, ad abbracciarli o a fare stretching la mattina presto al campo… quando arrivavo lì alle 7, dopo essermi svegliata alle 5 e aver camminato quaranta minuti. Una fatica, sì, ma anche quella ormai era parte della routine e non la cancellerei mai.
E poi ci sono le serate con i miei super Jo e Jr, con tanto di lezioni di scienze improvvisate e con Tip che ogni tanto si aggiungeva al gruppo. Tra chiacchiere, musica, balli, il gioco della bottiglia e “truth or dare” abbiamo passato notti infinite. I balli! Io che ero sempre stata timida, qui ho imparato a lasciarmi andare. Devo ringraziare Jo, il mio maestro di danza e di vita: il suo modo di ridere, di scherzare, di insegnarmi i movimenti. Con lui ho capito che bisogna provarci sempre, perché finché non ci provi non puoi sapere. E ho imparato la calma, la leggerezza, l’essere una persona buona.
Poi c’è il cibo, che mi ha accompagnata per tutti questi mesi. Nshima al primo posto: buona, sì, come la polenta… non tutti i giorni però! Ma quasi mi mancherà non mangiarla più con le mani e in compagnia. Qui il cibo è condivisione: tutti ti invitano sempre a mangiare con loro, e lo spirito di condivisione è qualcosa che dovremmo imparare anche noi. Poi il riso con il pollo (“inkokooooo”), che ogni tanto mi faceva correre in bagno, ma che fa parte anche questo dell’esperienza. E i miei amici fedeli: il tonno, le uova e la soya. I pranzi al ristorante a un euro con gli amici, le cene con Karo nei ristoranti italiani (alcuni da ricordare, altri… meglio no!). Le serate a cucinare con Jo e Jr sull’imbaula con il carbone: riso, pasta, nshima, verdure, uova e soya. Sempre lavarsi le mani prima, anche senza sapone… anche se ora spero lo usino, dopo quante volte gliel’ho ripetuto!
E le lavatrici? All’inizio lavavamo noi, poi ci siamo arrese e abbiamo accettato l’aiuto di una ragazza che lo faceva per qualche soldo. Sempre con una cura incredibile, sotto al sole cocente. Scarpe e intimo li lavavo ancora da sola, ma anche questo ormai era parte del quotidiano.
Il freddo delle mattine d’inverno, che qui è come la nostra estate in montagna, e il caldo di adesso, che mi fa grondare mentre scrivo. Il pane bauletto pieno di conservanti, il peanut butter che finivo in due giorni nonostante non mi fosse mai piaciuto prima. Il mio rapporto con il cibo qui è stato un’altalena, ma vivere in Zambia mi ha insegnato che mangiare è un privilegio. E io che facevo? Mi privavo, per poi abbuffarmi? No, basta. Ho imparato tanto dalla loro spensieratezza, dalla calma con cui vivono le cose. Il famoso “Zambian time”, che all’inizio mi faceva impazzire e che ora quasi mi manca.
Le serate a Braids of Life, i corsi con succhi zuccheratissimi e rock buns (che io chiamavo local buns, perché tutti li pronunciano così). Le noccioline, i dondos, le fritas… concentrati di fritto, ma buoni davvero. Le spese al supermercato, tra Shoprite, Kafubu Mall, Pick n Pay e Choppies. Il cioccolato amico, le barrette finite in una sera. La frutta e la verdura al mercato, sempre la stessa ma buona. Le notti senza luce e senza acqua, le torce diventate inseparabili. Le zanzare fastidiose, i ragni e le blatte che ormai non mi fanno più paura.
E ancora le serate con gli amici calciatori, le uscite improvvisate, i locali come Signature e Bojangles, le bevande strane al frutto di baobab pieno di zucchero. Le canzoni urlate da Chichi, le risate, gli audio agli amici con sottofondo musicale. Tutto questo resterà con me.
E poi il Bemba. Pian piano, panono panono, ho imparato qualche parola. Non è facile, ma ormai riesco a scherzare un po’ con gli amici. Non solo insulti, giuro! E anche loro hanno imparato un po’ di italiano: allo stadio o in giro sentire “vendutoooo” o altre parolacce mi faceva morire dal ridere.
Tutto questo è quello che mi porterò dietro. Tutto quello che ho scritto di notte, quando il sonno non arrivava. Tutto quello che spero di poter rivivere un giorno e che non voglio si spenga mai. Perché così è la vita: fatta di alti e bassi, di passi che ti portano lontano, ma anche di ritorni. E qui, in Zambia, ho trovato tanto. Forse tutto quello di cui avevo bisogno."
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Milano - 07/11/2026
Essere sempre super impegnata con il nuovo lavoro in questo momento mi aiuta sicuramente a sentire meno la nostalgia… ma sì, ogni tanto quel “mal d’Africa” si fa sentire. Per fortuna, grazie ai messaggi e alle chiacchierate quotidiane con gli amici laggiù, lo spirito africano continua a vivere in me e non potrei esserne più grata (e felice!)
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Valtournenche - 17/01/2026
Dalla montagna, il mio rifugio di sempre, finalmente pubblico questo post. Con il cuore che guarda ancora lontano e la speranza di tornare presto in Africa..
Stay tuned: nuovi aggiornamenti in arrivo
MarTina


























